Gli algoritmi dei social network operano in un tempo radicalmente newtoniano, mentre l'essere umano vive il tempo in senso bergsoniano. Il problema nasce quando il primo comincia a organizzare il secondo.
Dove finisce il tempo
Mai abbiamo misurato il tempo con tanta precisione, e mai abbiamo avuto così poca percezione di dove sia finito.
Ogni dispositivo che utilizziamo conosce il tempo meglio di noi. Registra quando apriamo un'applicazione, quanto rimaniamo su una pagina, dopo quanti secondi interrompiamo un video, quanto velocemente scorriamo un contenuto e quanto tempo passa prima della nostra prossima interazione. La nostra giornata digitale lascia dietro di sé una sequenza quasi perfetta di timestamp.
Eppure l'esperienza che ne ricaviamo è spesso opposta alla precisione della misura.
Apriamo un social network per qualche minuto e, quando ne usciamo, ne sono passati quaranta. Ricordiamo forse uno o due contenuti, raramente la sequenza che li collegava. Il tempo è stato accuratamente registrato dal sistema, ma scarsamente percepito da chi lo ha vissuto.
Non è soltanto una questione di distrazione.
È il risultato dell'incontro tra due modi profondamente diversi di intendere il tempo.
Tempo misurato e tempo vissuto
Nel modello classico associato a Isaac Newton, il tempo è una grandezza uniforme, continua e indipendente dagli eventi. Scorre allo stesso modo per tutti e può essere misurato attraverso intervalli equivalenti: un secondo resta un secondo, indipendentemente da ciò che accade al suo interno.
È un tempo ideale per la macchina: ordinabile, confrontabile, quantificabile.
All'inizio del Novecento, Henri Bergson oppone a questa idea il concetto di durée, la durata vissuta. Per Bergson il tempo della coscienza non è una successione di istanti identici, ma un'esperienza continua in cui memoria, percezione e stato emotivo modificano il peso di ogni momento. Dieci minuti possono sembrare brevissimi oppure interminabili.
Il tempo newtoniano può quindi essere misurato.
Il tempo bergsoniano deve essere vissuto.
Questa distinzione diventa particolarmente interessante nel mondo digitale.
La fine della timeline
Le macchine hanno bisogno di un tempo misurabile. Per poter ordinare eventi, confrontare comportamenti e costruire previsioni devono trasformare l'esperienza in quantità: secondi trascorsi, frequenze, intervalli, sequenze. Il tempo diventa una coordinata sulla quale collocare ciò che facciamo.
L'esperienza umana, invece, continua a funzionare secondo una logica molto più vicina alla durata di Bergson.
Un'ora non vale necessariamente un'altra ora. Cinque minuti possono sembrare interminabili oppure scomparire quasi senza lasciare traccia. Alcuni momenti modificano ciò che viene dopo; altri vengono assorbiti senza che riusciamo nemmeno a ricostruirli.
Questa distanza tra tempo misurato e tempo vissuto non nasce con Internet. La tecnologia digitale, però, le ha dato una nuova dimensione.
Perché i sistemi che misurano il nostro tempo oggi non si limitano più a osservarlo.
Lo utilizzano.
Il tempo trascorso davanti a un contenuto diventa un segnale. La pausa prima di scorrere diventa un segnale. Il ritorno su un video, la velocità dello scroll, l'interruzione di una sessione diventano informazioni attraverso le quali un algoritmo prova a decidere cosa mostrarci subito dopo.
Il presente come materia prima
Il tempo smette quindi di essere soltanto qualcosa che il sistema misura.
Diventa materia prima per costruire il momento successivo.
Ed è qui che la domanda cambia.
Forse il problema dei social network non è semplicemente quanto tempo ci sottraggono.
Il problema più interessante è capire che tipo di tempo stanno costruendo per noi.